Il Flash

Nel 1859 Henry Enfield Roscoe e Robert Wilhelm Bunsen dimostrano che, bruciando il magnesio, si può ottenere una luce con un’intensità simile a quella diurna. In fotografia, questa scoperta consente di svincolarsi dalla luce naturale e di scattare in ambienti scarsamente illuminati. Tra i primissimi, Nadar coglie questa possibilità e, dopo alcuni esperimenti nel proprio studio, scende nei cunicoli delle catacombe parigine (1861) – al tempo veri e propri luoghi d’attrazione – per rappresentare il lavoro dei dipendenti comunali intenti a sistemare i cumuli di ossa. Considerati i lunghi tempi di posa delle macchine fotografiche dell’epoca, Nadar aggira quest’inconveniente vestendo alcuni manichini con gli abiti dei lavoratori. 

Allo stesso modo, Timothy O’Sullivan si addentra nelle miniere americane (1867) e, grazie a una torcia al magnesio, scatta fotografie che rivelano le disastrose condizioni lavorative dei minatori, accentuate dalle pose e dalle inquadrature a favore di fotocamera. Con un approccio più documentario, Jacob Riis capisce che l’impiego della polvere di magnesio avrebbe potuto fare la differenza nel suo lavoro di cronista e avvia una campagna fotografica sulle condizioni di vita degradanti del Lower East Side di New York (1887): le immagini mostrano un’incursione resa possibile solo dal flash al magnesio, in grado di rivelare all’istante la miseria di ambienti altrimenti nell’ombra.